Un paio di mesi fa la commissione statuto, incaricata di preparare il testo delle nuove regole fondamentali di funzionamento dell'ateneo sulla base della legge 240, ha condiviso i primi risultati del proprio lavoro, limitati ai principi e alle strutture di base. La parte piú controversa è però il titolo III, sugli organi centrali di governo, cioè rettore, senato accademico e consiglio d'amministrazione. Qualche giorno fa la commissione ha pubblicato nella solita area del portale d'ateneo alcuni testi preliminari come base per la discussione, che dopo molte incertezze crediamo sia ormai abbastanza matura per provare a ricapitolarla, poiché la commissione nelle prossime settimane riesaminerà (in particolare) questa parte dello statuto per avere entro l'estate un testo completo abbastanza maturo che dopo ulteriore discussione possa essere approvato a settembre e mandato a CdA e Senato in vista dell'approvazione definitiva entro fine ottobre come da termini di legge. Nel frattempo, inoltre, fra una pausa di riflessione e l'altra sui titoli III e IV, la commissione ha esaminato e licenziato anche il resto dello statuto, altrettanto importante: saranno pubblicati nei prossimi giorni anche i titoli VI e VII sull'amministrazione e sulle norme transitorie e finali. Distinta dalla questione dell'approvazione dello statuto è quella della riorganizzazione dei dipartimenti. Purtroppo gli organi hanno impiegato due mesi e mezzo per decidere di avviare il processo di accorpamento e riordino dei dipartimenti, necessario e urgente per i motivi già descritti, sulla base dei principi generali condivisi dagli organi e dalla commissione stessa sulla base della legge. Il 24 maggio, infatti, CdA e Senato in seduta congiunta hanno approvato all'unanimità un "promemoria" che richiede ai professori di cominciare a presentare delle proposte di nuovi dipartimenti che gli organi possano esaminare entro l'autunno per poi poterli approvare celermente a statuto approvato (colle nuove procedure semplificate). I punti essenziali del testo (come ad esempio i limiti di dimensioni dei dipartimenti) non sono stati approvati esplicitamente ma di fatto non sono piú messi in discussione; sono stati rimandati a una fase futura i chiarimenti sulle responsabilità di gestione dei corsi e sull'assegnazione del personale. Pur con una certa difficoltà di comunicazione e coordinamento, il processo sta avanzando. Questo passo avanti è stato possibile perché chi negli organi ha richiesto di avere un quadro piú generale della situazione l'ha avuto in numerose occasioni di confronto in particolare sul titolo III, soprattutto col rettore ma anche colla commissione, in un seminario che si è svolto il 17 giugno e che è servito a chiarire il significato dei testi, a dirsi direttamente e ufficialmente ciò che già si sapeva (ma solo per discussioni ufficiose) e a sollevare esplicitamente pochissime questioni prima nell'ombra. La commissione terrà conto di tutte le osservazioni per il riesame delle bozze, come al solito. Passiamo ora al titolo III. Per quanto riguarda il rettore, la proposta della commissione è sostanzialmente di tenere tutto come ora. Data la parziale incognita degli esterni imposti dalla legge nel CdA e del rapporto fra il CdA e il Senato e fra il CdA e i dipartimenti, si è ritenuto necessario che il rettore restasse una figura forte: il CdA è presieduto da lui, mentre la legge 240 prevede possa farlo un esterno; questo perché il rettore è rappresentativo dell'intero ateneo che lo elegge, compresi studenti e personale tecnico-amministrativo (come ora, tranne che il personale può dare qualche voto in piú), ed è necessariamente un docente che sa come funziona l'università (non "un alieno"). Il voto da parte degli studenti resta non molto significativo ma non abbiamo ritenuto di impuntarci su questioni di rappresentanza ella categoria. In aggiunta, si è cercato di favorire la presentazione di multiple candidature che non siano solo espressione di specifici interessi corporativi, prevedendo un bando pubblico, la presentazione di un programma (che presumibilmente sarà un'occasione di discussione coll'ateneo) e la sottoscrizione della candidatura da una molteplicità di soggetti. Il senato accademico è sostanzialmente l'unico ristretto spazio lasciato dalla legge 240 alla gestione dei docenti e quindi quello che ha scatenato piú discussioni e appetiti (di cui i risparmieremo i dettagli). L'obiettivo è che il Senato sia un organo autorevole senza confondere le sue responsabilità con quelle che la legge 240 assegna al CdA. La legge stabilisce che è composto nel rispetto delle aree scientifico-disciplinari: come abbiamo ripetuto numerose volte, questo non significa che ogni area debba essere rappresentata (con criteri di lottizzazione e di interessi da difendere), ma che l'organo deve avere tutte le competenze necessarie per svolgere i propri compiti e sostenere il CdA con pareri scientifici autorevoli che lascino al CdA la fiducia e la possibilità di non dover entrare nel merito di questioni specifiche che non ha la competenza per valutare. A questo scopo si è costruito un complicatissimo sistema di garanzie e contrappesi basato però sull'unico criterio oggettivo disponibile, cioè la suddivisione in aree disciplinari stabilita dai regolamenti ministeriali. È stata invece ovviamente scartata l'idea di basarsi su aggregazioni per facoltà (usata nel Senato attuale, che ha però tutt'altri scopi) o peggio ancora di avere i presidenti delle facoltà come membri di diritto, considerati i limiti di legge e il fatto che a differenza dei presidi attuali, dato il superamento della facoltà come struttura organizzativa, non avranno alcuna competenza pertinente. Si è però trovato un compromesso che è quello di ascoltare il loro parere limitatamente alle questioni didattiche in una sede ufficiale, cioè un'apposita commissione del Senato stesso, il cui funzionamento a nostro avviso va precisato per evitare che costituisca un "contropotere", magari con esclusione degli studenti. Il punto piú controverso è la presenza dei direttori di dipartimento, imposta (forse inopportunamente) dalla legge. I direttori (10) sono presenti in quanto danno garanzia di conoscere il funzionamento dell'università, poiché gestiscono i dipartimenti cioè le strutture piú importanti della nuova organizzazione; inoltre sono eletti in un collegio unico d'ateneo proprio in quanto portatori di tale competenza e non di interessi specifici, ma portano con sé una competenza sulla propria area disciplinare. Segue un capoverso di approfonfimento per traspaenza (passate al successivo se non siete interessati). Poiché le aree del nostro ateneo sono 12 e i dipartimenti saranno almeno una trentina vista la grandezza del nostro ateneo, e per evitare che troppi dipartimenti (o loro direttori) si "sentissero esclusi" e pensassero quindi magari di costituirsi in un qualche "contropotere" extraistituzionale, si pensava inizialmente di non schiacciarsi sul minimo di legge (8) ma di prevedere che fossero 12. Poi il dubbio che i direttori portino solo gli interessi dei propri dipartimenti e che tolgano spazio ad altre figure in cerca di rappresentanza sono prevalsi in parte della commissione e si è arrivati, a sorpresa, a una votazione in cuisi è deciso per 8. Questo ha richiesto infinite discussioni ulteriori per riaggiustare l'impianto complessivo e alla fine si è arrivati al compromesso di 10. Ho votato per 12 direttori per i motivi suddetti e inoltre perché convinto a) che la dipartimentalizzazione sia l'unica cosa positiva della legge 240 e un'occasione da cogliere, b) che cambiare avrebbe fatto perdere moltissimo tempo causando peggioramenti complessivi senza risultati concreti (cosa che poi si è dimostrata vera, a mio avviso). Tornando alla composizione, sono anche mantenute le garanzie minime per le varie fasce di docenza (ricercatori, associati e ordinari), per assicurare che valorizziamo tutte le competenze e le energie del nostro ateneo andando a pescare equilibratamente in tutte le fasce. Paradossalmente la garanzia serve piú agliordinari che i ricercatori: questi ultimi sono i soggetti deboli ma costituiscono oggi la maggioranza. C'è poi il problema della presenza studentesca: nelle attuali bozze si prevede che gli studenti siano 6 come ora, il che rispetta la legge ma costituisce una diminuzione relativa di peso, dato che i docenti aumentano e il Senato passa da 32 a 35; inoltre la legge 240 prevede che la quota comprenda anche i dottorandi, e per evitare minestroni e dare un senso a questo obbligo abbiamo finora preferito che avessero un rappresentante distinto, il che porta gli "studenti normali" a 5 soltanto. Tuttavia anche il personale tecnico amministrativo ha lo stesso problema (resta a 3 unità) ed è già penalizzato altrove. Poiché per legge i docenti devono essere almeno 24 (attualmente la bozza è a 25), c'è solo un posto disponibile e bisogna scegliere. Nel complesso il sistema è estremamente complicato ma almeno essendo dettagliato ci consentirà di rinnovare velocemente il Senato dopo l'approvazione dello statuto senza dover discutere troppo sul regolamento, inoltre la grande quantità di variabili presenti nel sistema renderà probabilmente impossibili le elezioni predeterminate con un candidato per un posto come si è fatto finora: la maggiore competizione e democrazia appare un elemento positivo. Il ruolo complessivo del Senato dipende tuttavia anche, in buona parte, da quanto potere avrà nella nomina del CdA; questi ci porta all'argomento successivo. Il consiglio d'amministrazione è senz'altro l'argomento di maggior contrasto e scontro ideologico. Il nuovo CdA sarà un organo piú snello di quanto sia ora, anche se le dimensioni del nostro ateneo hanno richiesto che la sua numerosità fosse la massima consentita dalla legge, 11. Da questo numero consegue per legge: che i rappresentanti degli studenti siano 2, eletti direttamente come adesso (altri, con interpretazioni riduttive, immaginavano di lasciarne uno solo); che i famosi "esterni" siano almeno 3 (e massimo 8). A prescindere dalla composizione, è evidente che gli 11 membri del CdA, individualmente o anche globalmente, non possono essere onniscienti. Il CdA ha l'ultima parola quasi su tutto ma necessariamente non potrà che avere un ruolo di supervisione e indirizzo generale e sarà il soggetto in grado di prendere decisioni difficili quando necessario (mentre oggi prevale sempre lo status quo), ma non potrà entrare nel merito di questioni scientifiche o didattiche specifiche. Perché sia cosí e il sistema possa funzionare, tuttavia, è necessario che i dipartimenti e il senato accademico siano funzionanti, responsabilizzati e autorevoli come già detto. Inoltre, abbiamo chiesto di precisare già nello statuto che per tematiche specifiche il CdA può avvalersi di apposite commissioni comprendenti anche persone non facenti parte del CdA, in modo che tutte le pratiche siano adeguatamente istruite da persone competenti e il CdA nel suo complesso non debba entrare troppo nel merito ove non ha la competenze. Per quanto riguarda la composizione, sugli esterni è inutile fare ideologia: non sono certo la manna dal cielo ma nemmeno i rappresentandi del Male venuti a distruggere l'università. La legge comunque va applicata e bisogna farlo nel modo migliore possibile. Anche in questo caso, la commissione è orientata a non limitarsi a fare il minimo richiestoci dalla legge, e a prevedere una composizione paritetica del CdA con 4 interni e 4 esterni (il che significa nel complesso 7 interni e 4 esterni, considerando anche il rettore e gli studenti). È difficile trovare esterni davvero (dis)interessati e competenti per questo lavoro; d'altro canto, "esterno" significa solo "che non lavora nell'ateneo da almeno tre anni", non che deve venire da un altro pianeta e non sapere nulla di sistema universitario. Da un lato questo ha consentito di specificare che queste figure devono avere già competenze sull'università e la ricerca e che, in autonomia, le scegliamo noi stessi per queste competenze (si fa un bando pubblico, con curriculum e audizioni), non certo (ad esempio) perché vengano da enti finanziatori che ci danno quattro spiccioli o perché chi sta fuori sappiaper ciò stesso meglio di noi come gestire l'università; dall'altro lato questo presenta dei rischi perché possono essere "finti esterni" collegati all'ateneo stesso. La figura ricercata andrà a nostro avviso ulteriormente chiarita. Il problema è però chi li scelga, ovviamente. La legge parla di "designazione o scelta", un'espressione ambigua. L'unica cosa sicura è che non possa essere un solo soggetto (persona, organo o elettorato) a nominarli e che ci debba essere un filtro sulle competenze e un passaggio attraverso piú soggetti (come ribadito dal ministro nella lettere allegata). È però possibile che questa opera di filtro sia effettuata dal rettore, dal Senato o da un'apposita commissione nominata in vari modi; e che la nomina sia fatta (escluso il "filtratore") dal rettore, dal senato accademico o da tutti i docenti in elezioni generali; ci sono poi tutte le combinazioni fra tali possibilità. La bozza attuale immagina una suddivisione di ruoli fra senato accademico e rettore, in cui ciascuno dei due nomina 4 degli 8 (2 interni, 2 esterni) controllando quello che fa l'altro e senza poter determinare integralmente la composizione del CdA, magari con criteri di lottizzazione. Questa ipotesi è assolutamente preliminare, nonostante circoli da tempo (c'è quindi stato tempo di discuterla nell'ateneo). Una possibile obiezione è che il rettore in questo modo abbia troppo potere, controllando di fatto il CdA. D'altro canto il rettore è il garante e rappresentante di tutta l'università e può essere visto come una garanzia rispetto all'incognita degli esterni. Inoltre, la nuova organizzazione dell'università dovrebbe in teoria essere piú dinamica dell'attuale, perché spariranno le facoltà come le conosciamo ora, e con loro i presidi, che sono i garanti del sistema consociativo attuale (da soli possono decidere tutto perché insieme rappresentano comunque controllano tutto l'ateneo), lasciando spazio a una maggiore compeetizione fra i dipartimenti per ottenere risorse dal CdA sulla base del merito (in teoria): in questo quadro si può sostenere che serva ancora di piú una figura centrale forte che eviti il caos (una situazione di "tutto contro tutti" fra rettre, CdA, Senato e dipartimenti). L'altra possibile obiezione è che il Senato abbia in questo modo troppo potere. Infatti, per quanto fantasiosi si possa essere, è probabile che 4 o 8 persone nominate da altre 35 sappiano benissimo a chi devono la loro designazione e in chi devono sperare per la propria riconferma, quindi a nostro avviso c'è il rischio di un rapporto troppo stretto fra CdA e membri del Senato, con rischi di conflitti d'interesse fortissimi, mentre è importante che il CdA sia al di sopra delle parti, Infine, il sistema elettivo secondo i suoi critici non è in grado di selezionare i candidati migliori per le loro competenze ma si basa solo sul sentito dire e sulle simpatie, oppure sugli interessi. Per quanto riguarda gli interessi e la lottizzazione, questa critica a nostro avviso vale anche per il Senato (e può prevalere sulla presunta superiore capacità di riconoscere le competenze). Inoltre c'è anche una critica opposta, cioè che eleggere 4 o 5 persone, ciascuna con centinaia di voti, in un organo cosí potente come sarà il futuro consiglio d'amministrazione, rischia di creare non cinque persone dipendenti dagli interessi dei loro elettori ma cinque persone con un potere senza controllo poiché in sostanza non c'è nessuno che possa fare loro le pulci, forse nemmeno i membri esterni del CdA, che in questa visione sarebbero indeboliti dal fatto di non potersi vantare di avere avuto centinaia di voti: in questa prospettiva, la commistione paventata sopra fra CdA e Senato risulterebbe quasi auspicabile. È estremamente difficile fare una scelta alla luce di tutte queste considerazioni e vi invitiamo come al solito a inviare il vostro parere direttamente alla commissione o al vostro rappresentante. Inevitabilmente la decisione finale sarà una medizaione fra diversi punti di vista, che dovrà però essere coerente e applicabile. Aggiornamento: alleghiamo anche i contributi scritti collettivi (non quelli individuali) giunti alla commissione statuto in questo periodo. Si veda anche l'importante documento "Ambiti di autonomia universitaria sulle modifiche dello statuto" del prof. Follieri e il sito di FA.RE. UNIMI.
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